L’illusionniste, 2010, Sylvain Chomet (we don’t need no manifesto programmatico)

Proprio nessuna voglia di scrivere un manifesto programmatico, perché a- non sono certo una persona programmatica e b- non sono neanche una persona così manifesta come si potrebbe credere. Quindi sto cazzo di manifesto, introduzione, saluto ai lettori, editoriale non c’è.

(“Invenzione senza futuro: il blog che le vostre nonne non vorrebbero mai leggere perché dice «le male parole»”: almeno una tagline l’abbiamo ideata, siamo a posto così per ora, no?).

Alzi la mano chi sa da dove viene il titolo del blog? Bravi, vi vedo preparati, è proprio il famoso giudizio che i fratelli Lumière diedero riguardo alla loro invenzione. Anche se gli Skladanowsky… In ogni caso ci troviamo qua per parlare di cinema, e non solo, spero: quindi, parliamo di film.


Qual è quel film che tutti dovrebbero vedere ma che è distribuito in maniera vergognosa sul nostro territorio? (20 sale, cazzo, solo 20!) Vi vedo meno preparati, perciò ve lo dico io: L’illusionniste, regia di Sylvain Chomet, basato su una sceneggiatura inedita del grande Jacques Tati. E sì, è un film a cartoni animati, senza gli attori in carne e ossa. FRANCESE.

Ora, immagino il panico e l’improvviso dolore alle zone addominali che prende l’italiano medio quando sente parlare di cinema francese (“sono leeenti, sono spocchiosi, sono degli zozzoni impudichi, mangiano le rane”), ma bisogna riconoscere che a- nel passato ci ha dato tanti di quei nomi ENORMI della storia del cinema, e b- attualmente è una cinematografia che è molto più in salute di quelle italiana: fa dei film d’autore interessanti e i film di genere (commedie, horror, action) sono mediamente di qualità maggiore. Diciamolo in maniera più facilmente comprensibile a tutti: volete mettere Martyrs con Shadow?

Fatta questa debita precisazione, ovverosia che qua dentro non si parla male del cinema francese, almeno non per quei motivi elencati sopra, passiamo al capolavoro totale che è L’illusionniste. La sceneggiatura è di Tati, dicevamo: la storia è quella di Tatischeff, illusionista ormai avanti con l’età, ovviamente ricalcato sulle fattezze del suo quasi omonimo, che gira per l’Europa proponendo il suo spettacolo di prestidigitazione (che è il termine corretto per identificare i trucchi di magia, come ci teneva a precisare la mia professoressa di cinema a proposito di Orson Welles).

Non gli va molto bene, purtroppo: il pubblico è scarso, spesso sono solo vecchiette che portano a teatro i nipotini, e quando è caloroso si tratta di uno sparuto gruppo di villici scozzesi che non possono pagarlo un granché, ma in compenso danno vita ad alcune delle gag più belle dell’intero film.


Il film si divide tra la descrizione della vita dell’illusionista e il rapporto con una ragazzina che decide di seguirlo credendolo un vero mago che fa comparire oggetti dal nulla. Il tono delle vicende è sempre molto tenue, scherzoso, ma improntato al realismo, non ci sono mai situazioni sopra le righe. Come tutti i grandi comici del passato, Tati aveva una particolare simpatia per gli outsider, i diseredati, i marginali della società; questo atteggiamento si riscontra nel modo in cui vengono descritte le difficoltà dei personaggi che girano attorno ad un mondo dello spettacolo oramai superato, un atteggiamento che è di estrema delicatezza, ma che purtuttavia non risparmia allo spettatore la consapevolezza di stare osservando una storia crepuscolare, che non lesina in momenti malinconici e oggettive sconfitte.
Anche il rapporto con l’obbligatorio coniglio è improntato al realismo. L’animale rimane un animale, e per quanto risulti simpatico nel suo dimenarsi nella gabbietta in cui viene trasportato, o per la sua mole strabordante, o per il fatto che morda chiunque tenti di prenderlo in mano, ciononostante non c’è mai l’antropomorfizzazione della bestia che vediamo in opere analoghe.

Coerente con tutto ciò è anche lo stile grafico del film: toni pastello, colori non vivacissimi ma realistici, personaggi disegnati con tratti che rifuggono sia dalla carineria Pixar che dall’idealizzazione degli anime più tradizionali. Si tratta invece di un tripudio di dettagli, di particolari curati con attenzione certosina, da artigiano paziente e amorevole che non ha particolari preferenze rispetto a ciò che sta disegnando ma che cura allo stesso modo ogni parte del quadro.

Il vero punto forte del film sono poi le gag, tutte visive, perché, mi ero dimenticato di scriverlo, NON c’è un dialogo che sia uno, se non qualche sparuta parola appena intellegibile. Le voci sono ridotte a borbotti, e le immagini vengono lasciate libere di parlare e di esprimere tutta la bellezza della storia. Dunque tutte le gag riposano sull’osservazione dell’ambiente circostante (come avveniva per l’appunto nei film di Tati), con effetti che vanno dallo spassoso – il kilt dello scozzese che lascia intravvedere le chiappe – al poetico – la ragazzina che scorge dalla finestra delle piume d’oca posate su un albero e pensa abbia cominciato a nevicare, procedendo quindi ad accendere il camino. O ancora il modo geniale in cui gli acrobati dipingono il manifesto pubblicitario, con colpo da maestro finale di Tatischeff.
A tutto ciò aggiungete le musiche bellissime, divise tra jazz e tradizione cameristica francese, che regalano momenti da brividi, e quando sul finale si spegneranno tutte le luci della città, fino a quelle del teatro – con un’ulteriore trovata memorabile – non potrete non avere i lucciconi agli occhi come è capitato al sottoscritto.
Perché è un film che va visto in sala, possibilmente vuota, possibilmente con qualche vecchio in religioso silenzioso o intento nella pennichella, possibilmente accompagnati da un bambino un po’ sveglio che ha voglia di capire qualcosa (se ha visto Toy Story siamo a cavallo).

Quattro pallette e mezzo sarebbe il voto oggettivo, ma facciamo anche cinque per l’emozionemorabile – non potrete non avere i lucciconi agli occhi come è capitato al sottoscritto.

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