The Tournament, 2009, Scott Mann (i killer che non si ammazzano. MACCOSA)

The Tournament era il film che poteva fare il colpaccio, poteva essere un Santo Graal per tutti coloro a cui piacciono gli action adrenalinici con tante sparatorie ma soprattutto tante mazzate marziali. E invece no, o almeno ni. Anzi no.
L’idea di partenza è tanto semplice quanto geniale. Ogni 7 anni viene indetto un torneo tra i killer più rinomati dell’intero globo, che si sfidano ad ammazzarsi tra di loro fino a che non ne rimarrà uno solo (ricorda qualcosa?). Il bello di un canovaccio del genere è che ti permette di inventare una marea di personaggi diversissimi, ognuno con la propria caratteristica peculiare, per poi mandarli al massacro (un po’ come quei vecchi film di Hong Kong con tutte le scuole di arti marziali diverse, o i differenti stili di spada, o le armi più strambe).

Dai, almeno il logo del film è tamarro al punto giusto

Insomma, se ti metti d’impegno non puoi sbagliare. NON PUOI. Basta assumere un fottio di caratteristi con le palle, spingere l’acceleratore e far segnare al cazzametro/tamarrametro record inauditi. Voglio dire, Zack Snyder un film del genere lo fa ad occhi chiusi. Poi magari gli esce il solito film fascistoso, o troppo estetizzante, ma almeno la pagnotta la porta a casa con onestà, finché non gli si chiede di pensare.
Invece c’è gente che queste cose non le capisce, non le vuole capire, e crede davvero che qualcuno voglia accendere il cervello durate un film del genere.
In The Tournament c’è LA MORALE.
Nella figura di un prete alcolista che redime se stesso e un killer. E invita il killer a non uccidere. Che a me sta bene, se questa piaga la fai capitare alla fine, ma all’inizio NO, vuol dire che sei un farabutto, un guastatore di sogni di bambini pacioccosi con le mani impastate di Nutella.
Forse non mi sono spiegato bene, adesso lo scrivo, nel caso malaugurato dovesse ripetersi l’occasione: torneo di killer = massacro fantasioso e ben diretto, magari con degli scontri multipli, se vogliamo esagerare.
Ma, mi si obietterà, se sono tanti killer (30), allora perché ti concentri solo su uno?
[Ma quanta presunzione, dico io, chi cavolo vi ha dato la possibilità di esprimervi?]
Ottima domanda. Perché la killer, e qui iniziamo a visualizzare il problema, è la protagonista del film assieme al reverendo. E perché l’antagonista principale è unbestione di colore che invece di scaraventare gente attraverso i muri è depresso perché gli hanno ucciso la moglie.

Una dubbiosa, un alcolista moraleggiante e un depresso.
Passiamo alle cose serie, su. La baracca viene portata avanti da:

San Scott Adkins, in una comparsata veloce di massimo 5 minuti in cui fa i suoi soliti numeri volanti da essere inumano per poi schiattare da grandissimo idiota, e la parrucca (Dio, spero sia una parrucca) non lo aiuta;

The Undisputed Scott Adkins (anche se qua fa una fine del cazzo – sta diventando una costante delle didascalie, eh?)

Ian Somerhalder, ovverosia il Boone di Lost (stendiamo un pietoso velo) che dovrebbe fare lo psicopatico incontrollabile e formalmente ci riesce, ma gli manca realmente il guizzo per essere una figura memorabile. E poi è troppo belloccio, non gli si crede quando fa il pazzo;

Sebastien Foucan, la sorpresa del film, almeno per me, che si produce in una serie di salti, balzi, corse tipiche del Parkour (da non confondersi col Free running, che è praticamente identico, e di cui è fondatore. Boh, cazzi loro) quella disciplina che prevede di zompare per tutta la città senza fermarsi un attimo, così per giuoco (aggiungete che è guadalupense, e finalmente è svelato il mistero di come vi abbiano svaligiato casa entrando dalla finestra. Sì lo so che abitate al quinto piano, è quello il punto). Insomma, quando c’è lui in scena il film subisce un’accelerazione, necessaria a stargli dietro, e le sue acrobazie fanno guadagnare qualche punto ad una pellicola altrimenti loffa. Sicuramente un personaggio da tenere sotto stretta osservazione.

Altre cose da segnalare:
-un paio di esplosioni di persone attraverso un congegno piccolino installato sottopelle, che ricordano tanto 2013: La Fortezza;
-una quindicina di ammazzamenti che non vengono messi in scena ma solo suggeriti attraverso un montaggio di gente che spara e accoltella (NON DI GENTE CHE VIENE SPARATA E ACCOLTELLATA) con sotto una canzone jazz anni 30 a fare tanto straniamento. ABOMINIO
– la killer italiana si chiama Lina Sofia e ammazza la gente mettendola sotto con la macchina. NO COMMENT
-il film che si chiude con una scena in chiesa e il prete che celebra la messa.

Sì, preghiamo che Scott Mann non faccia altri film!

MA CHE CAZZO, DAI.
Due pallette, giusto per Scott Adkins e Sebastien Foucan

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