In vino brevitas #1: Splice, Vincenzo Natali, 2009 (Ti ho detto di NON LO FARE)

Apriamo una nuova rubrica sul blog, che ad onor del vero è in realtà l’unica: In vino brevitas.
Cos’è In vino brevitas? Facciamo finta* che io sia ubriaco dopo una serata alcolica e voglia parlarvi di un film che ho visto, tra biascichii, pause di riflessione accompagnate da sguardi nel vuoto infiniti e sorsate furtive di bicchieri rimasti incautamente incustoditi. La fiera della banalità e della coerenza logico-sintattica, quindi. È semplice inferire che urge brevità per evitare che si straparli e si finisca a parlare del niente. In soldoni, recensioni brevi di film che non meritano tantissimo o che magari meritano ma per motivi imperscrutabili (leggasi I CAZZI MIEI) beneficiano ivi solo di un breve spazio.
Il film di oggi è [rullo di tamburi] Splice [splash di batteria] di Vincenzo Natali, evidentemente un triste emigrante con la valigia di cartone che tutti ricordiamo per quel simpatico filmetto a basso costo che fu Cube, bel saggio di paranoia, enigmi lasciati miracolosamente tali e uso accorto del green-screen, o blue screen, o chroma key. 
Splice invece è un pistolotto sulla scienza, sui limiti di questa, sulla necessità di non oltrepassare i confini creati dalla natura e sopratutto di NON fare una certa cosa con una certa “cosa” (di più non dico, se no vi rovino la sorpresa, e non c’è molto altro nel film). Yawwwwwwn. Scusate, si mette la mano davanti alla bocca. Il problema principale della pellicola è che tutto ciò è affermato in una maniera talmente autoritaria, leggermente fascista in senso lato, che non lascia spazio ad ambiguità, sfumature, ripensamenti. È come se per l’intera durata ci fosse un omino in basso a destra, tipo aiutante di Word, che col ditino va da sinistra a destra. Dice NO, NON SI FA, in pratica. Ecco, poi ci spariamo un film che dice che “La guerra è una cosa bruuuuuutta” e siamo a posto. Grazie, lo so già, non c’è bisogno.

Non voglio manco immaginare la fauna di quella caverna. The Descent?

Ma cosa si può salvare di questo film? Ah, non ho detto nulla della trama: coppia di scienziati (lui è Adrien “nappa, Pinocchio, se-ti-giri-sparecchi-la-tavola, terza gamba sul viso, l’uomo dalla proboscide ingobbita” Brody; lei è Sarah Polley; entrambi sono anonimi e svogliatissimi) crea la vita frullando assieme DNA di diverse specie (“non si può, eresia scientifica”… e chissene, direi io) e poi crea questi cosi, che sono la cosa più bella del film.

 Sì, sembra proprio quella cosa là. La nappa di Brody. O anche…Non sapete il macello che combinano quando vengono messi nella stessa vaschetta. “Marmellata di amerene” ovunque.

Non contenti dei risultati, creano un altro coso con del DNA umano e lì succede il patatrac ad alta im plicazione morale. Yawwwwwwwn. Stavolta mi sono coperto, dai.

Trama semplice, svolgimento abbastanza scontato ma con qualche annotazione interessante sui ruoli madre-padre-figlio, dalla natura ambigua e cangiante a seconda dei vari stadi della crescita della creatura. Ci sono dei bei momenti in cui i notori complessi di Edipo e Giocasta, ribaltati sulla prospettiva genitoriale, vengono messi in scena con efficacia: gelosia, desiderio di distruzione, rivalità, fascinazione, attrazione si alternano molto velocemente e ci danno un bel bignami di psicologia spicciola. Però ammetto che fa una bella figura e qualche momento di interesse morboso ci scappa. Il problema è che tutto ciò occupa una quarantina di minuti a dir tanto, il resto purtroppo è noioso e piatto, non ci si appassiona alle vicende dei due scienziati manco impegnandosi.
Detto ciò la creatura, Dren, fa dei versi carinissimi tipo passero, accarezza un gatto, si magna un coniglio, fa delle cose brutte brutte bruuuuuutte con entrambi i genitori e cerca giustamente di abbandonare l’ovile.

Micio, micio. GNAM!

È abbastanza, chiede qualcuno? In realtà sì, ma a meno che non si abbiano troppe pretese sul versante registico (la parte finale in cui ci dovrebbe essere tanta tensione è gestita in maniera goffissima) e sopratutto sulle riflessioni insite nella storia.
Due pallette, aggiungetene mezza se andate matti per Darwin e i frullati di DNA.

*Ovviamente facciamo finta un cavolo, ricordo distintamente (distintamente un cavolo) una conversazione surreale all’East End, nota birreria cimiteriale di Milano, cimiteriale perché situata nelle prossimità immediate di un cimitero, riguardante Avatar.
Chiusura ormai passata da tempo, quindi all’esterno del locale, freddo gelido di gennaio, biascico qualcosa su Avatar, ma non quella ciofeca di Cameron, la serie a cartoni fighissima, The Last Airbender, da cui poi è stato tratto un film dall’intoccabile Shyamalan (intoccabile perché qui è molto apprezzato). Mi sente un altro mezzo ubriaco, fraintende, pensa che parlassi bene di Avatar, quello coi Puffi, e iniziamo a discutere. Conclusione: fraternamente ci tiriamo pacche sulle spalle e sputiamo inconsistenti frammenti di banalità sul 3D che non funziona, bisogna vedere se è funzionale o meno, la storia prima di tutto.
Bella serata, gran mal di testa il giorno dopo.
E no, non è breve la recensione ma fatevi i fattacci vostri.

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