In vino brevitas #2: The Return of the Living Dead, Dan O’Bannon, 1985 (Brains, more brains!!!)

Questa sarà davvero breve, ve lo prometto.

Ogni tanto mi coglie un moto di nostalgia per gli anni 80, gli anni dell’innocenza cinematografica, gli anni della plastica e dei pessimi effetti speciali, gli anni delle sceneggiature, per dirla come i cugini d’oltralpe, alla “cazzo di cane”.
Ogni tanto decido di farmi del male volontariamente: settimana scorsa mi sono visto Lost Boys (1987), scemata simpatica su vampiri adolescenti; questa settimana invece c’era The Return of the Living Dead.

È inutile girarci attorno, per cui lo dico subito qui ed ora: il film è una poverata inguardabile per buona parte della sua durata. Stranamente – ma non tanto, vista la cura che quasi tutti i registi riservano alla parte iniziale delle proprie opere – i primi 15 minuti sono molto soddisfacenti, con una recitazione degna e una costruzione della tensione e dell’attesa interessante. Poi, per i successivi 75 minuti, il film va in vacca e non si riprende più se non per qualche scena sanguinolenta, ma niente per cui gioire davvero. 

Metodo Stanislavskij

In sintesi: due babbioni, dipendenti in una specie di magazzino cadaveri e animali impagliati, per errore sprigionano un gas in grado di rianimare i morti. Ottima cosa, a mio parere, non c’è nulla di più soddisfacente di un bel film sugli zombie con sottotesto sociologico-politico sparato in faccia senza troppi patemi d’animo (George A. Romero è ovviamente il nume tutelare del filone e noi vogliamo tanto bene al caro vecchietto).
Invece il film punta tutto sulle risate e sull’orrore, ma si dimentica prima di far ridere e poi di usare le tradizionali secchiate di succo di lampone. Come già detto l’eccezione sta proprio nei primi minuti in cui il modo in cui i due fessi affrontano la questione fa morire dal ridere: non solo non si capacitano dell’accaduto ma inciampano continuamente l’uno nell’altro, con delle espressioni di deficienza che impongono la loro eliminazione dal novero dei vivi, o almeno dei completamente vivi. Il primo zombie poi, una roba giallina che corre nuda, sembra una cavalletta impazzita. Ancora più quando gli viene tagliata la testa e continua a muoversi come se nulla fosse.

Per il resto il film dimentica qualunque sviluppo, non fa alcuna paura né ribrezzo perché il make-up in pratica prevede cerone come se piovesse ma niente sangue o frattaglie, e tutto il resto del cast è composto da bestie che non sanno recitare e quindi non possono trasmettere alcunché.

Cose da salvare del film:

-gli zombie parlano e per la maggior parte del tempo gridano: “BRAINS, MORE BRAINS!”

BRAINS!!!

-gli zombie rispondono alla radio delle ambulenze e delle macchine della polizia e richiedono maggior personale
-il secondo zombie ha delle movenze bellissime, tipo ballerino sciancato ubriaco, e un design molto originale
-il fatto che si faccia più volte riferimento al mitico Night of the Living Dead, capostipite dei moderni film di zombie, affermando che il film mentiva, non essendo efficace la tradizionale distruzione del cervello dei non morti
– le musichette anni 80 con basso in evidenza, melodie glam e tastiere di plastica fanno tanta tenerezza

Giudizio finale: una palletta e mezza, il consiglio è di andare giù pesante di fastforward dopo i primi 15-20 minuti, non vale la pena sprecare 90 minuti della propria vita con QUESTI non morti.

MORE BRAINS!!!

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