127 Hours, Danny Boyle, 2010 (uomo avvisato mezzo amputato)

127 Hours di Danny Boyle ci mostra come la drammatica vicenda di Aron Lee Ralston, rimasto intrappolato come un pirla (non saprei come altro definire la sequenza della caduta se non “un’incongrua casualità di preoccupante idiozia”) all’interno di una strettoia di un canyon, sia stata messa in scena da un tamarro.

Vorrei tanto parlare di dinamismo del montaggio, di moltiplicazione degli sguardi, di pulsioni scopiche (ah, quanto amerei parlare di pulsioni scopiche), insomma di tutte quelle menate che si dicono per salvare il cinema tamarro dei nostri giorni: tuttavia la tautologia è pronta in tavola, il film è tamarro perché è tamarro non ci sono altre spiegazioni.

E passi per l’introduzione (ovvio, bisogna dare un po’ di velocità ad un film che rimarrà narrativamente statico per 4/5 della sua durata) con quella cornucopia di splitscreen da galera, quella fotografia ipercarica e il vitalismo d’accatto (prima cattivo e poi buono: la morale sta tutta qua, se ti fai gli affari tuoi sei bruuuutto e non puoi andare in bici; se perdi un braccio nel processo diventi invece un saggio illuminato. L’esperienza insegna). 

Mi chiedo invece come sia stato possibile che nessuno abbia avvicinato Boyle mentre stava montando il film, abbia guardato le immagini che scorrevano su schermo, gli si sia chinato fino a sfiorargli l’orecchio con la lingua e sia poi esploso violentemente, con un’onda d’urto devastante in un “MACCOSA?!”. MACCOSA è ciò che viene in mente mentre quel poveraccio di James Franco (che ho scoperto odiare a pelle dopo questo e L’alba del pianeta delle scimmie) inizia a rantolare di predestinazione cosmica, mentre filma i propri deliri, ma sopratutto mentre vediamo la soggettiva della bottiglia il cui contenuto viene svuotato progressivamente dal sempre più arso Aron.

Perché è un film sbagliato: perché della tanto decantata scena dell’amputazione del braccio si vede davvero poco (nonostante, bisogna dirlo, suono e montaggio facciano il proprio dovere per restituire il dolore lancinante; ma noi siamo curiosi e volevamo vedere cosa succede esattamente in quell’istante ai tessuti epidermici. Esaudiremo di persona questo desiderio), perché la fase in mezzo è di una stanchezza impressionante. Perché il personaggio di Aron non è mai approfondito e quando arrivano i flash-back-forward-chi-lo-sa-dove-vanno si rimane con quell’interrogativo che si annida in tutti i noi nei momenti peggiori: “E sti cazzi?”

Alcune cose mi sono piaciute però: la musica in corrispondenza del finto temporale, carica, tesa, folle, isterica come è giusto che fosse; la parte dell’esplorazione del canyon, con le soggettive tattili e la tamarraggine usata a scopi finalmente sensoriale e non di infighettamento delle immagini; il messaggio finale “non uscite mai senza dire dove andate”.

Due pallette su una scala di 5.

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