Incontri sotto il vischio – Un racconto di Natale

 Eccovi un piccolo raccontino che ha partorito la mia mente malatina. Diciamo che prende a pretesto il periodo in cui ci troviamo in questo momento.
Spero vi piaccia. E se non vi piace almeno che non vi annoi. E se vi annoia almeno che non vi offenda.
E se per caso dovesse offendervi considerate che è ambientato in un mondo parallelo al nostro, il migliore dei mondi possibili, Terra♥.
Ogni riferimento a persone o cose esistenti realmente è casualmente voluto.
Augurandovi buona lettura e buone couse, vi dò appuntamento al nostro prossimo incontro.

Lo spettacolo che gli si presentava dinanzi avrebbe messo a dura prova la sanità mentale di chiunque. Ma la visione di un cielo fiammeggiante trafitto da vampate di fuoco, che a momenti alterni contribuivano a schiarire una notte luminosa in modo innaturale, non era certo il fenomeno più strano al quale Nick avesse assistito nella sua relativamente breve esistenza.

Nick: adesso si faceva chiamare così. Era un omone corpulento, in sgradevole sovrappeso ma dall’andatura insieme ciondolante e sicura, che faceva presupporre una muscolatura sviluppata sotto il vestito rosso bardato di pelliccia bianca. Si sistemò il cappello facendo in modo che il ponpon non gli coprisse la visuale, appoggiò sulle spalle il grande sacco che si portava dietro e iniziò a incamminarsi verso l’enorme casa abbandonata – un rudere sinistro e marcescente – che era stata segnalata come punto d’incontro dal misterioso biglietto recapitatogli qualche giorno prima.

Probabilmente avrebbe schivato con facilità la palla di fuoco scagliatagli all’improvviso da qualcuno nascosto alla sua destra, tuttavia il fulmineo campo di forza generato da una fonte sconosciuta gli evitò la seccatura. Si guardò un attimo attorno e captò una leggera vibrazione nell’atmosfera. Sorrise, sussurrò una profanità, e scoppio a ridere fragorosamente quando udì un singhiozzo strozzato provenire da quell’increspatura dell’aria.

“Immagino che questo meeting abbia a che fare con il Natale, se hanno avuto l’incoscienza di invitare anche te”, esclamò accendendosi un sigaro.

Fu come se le pieghe dell’etere si fossero distese lentamente, lasciando spazio a un’ulteriore distorsione spaziale che si manifestava nell’alterna manifestazione di 3 immagini sovrapposte l’una all’altra: una bambino biondo, riccioluto, fasciato da alcuni stracci, un giovane dai capelli lunghi con la barba ben curata e il viso sorridente, e un trentenne coperto di sangue, la fronte circuita da una corone di spine, lo sguardo triste perso nel vuoto. L’apparizione iniziò a parlare.

“Questo meeting, come lo chiami tu, giovane Nick, è altamente sospetto. Sai che ti ha scagliato contro la palla di fuoco di poco fa? Un demone di 1° livello. Pensaci bene, Nick: chi è così idiota da convocare me, evidentemente per un’imboscata, e poi usare come braccio armato dei pesci piccoli come degli imp? Sai benissimo che basta la mia mera presenza per dissolvere l’essenza di quelle creature. Questo dovrebbe essere un lavoro per un pivello come John Silence o chi per lui”.

“Non la smetterai mai di farmi pesare i miei 200 anni, eh Joshua? Dieci volte tanto, lo so benissimo che lo stai pensando in questo momento.” I due iniziarono ad avvicinarsi al maniero. “In ogni caso non saprei che dirti, il biglietto parlava di un incontro con Pazuzu e la cosa mi ha incuriosito, fosse solo per il fatto che il biglietto mi è stato effettivamente consegnato nonostante le misure di occultamento domestico che ben conosci. Immagino invece che tra assiri, babilonesi e sumeri voi dei Cancelli Perlacei e i vostri avvocati siate parecchio occupati e non vedo come tu possa bighellonare così senza preoccupazioni: cosa sarà, la terza causa per infrangimento di copyright?”.

Joshua portò il dito alle labbra, facendo segno a Nick di fare silenzio. Erano arrivati in prossimità della cancellata, ridotta ormai a poche pali di legno precariamente infissi nel terreno. Sembrò distendersi un attimo e rispose all’impertinente osservazione del compagno: “È la quindicesima a partire dal terzo millennio, ma le abbiamo sempre vinte tutte. Piuttosto cosa ci fai qui? Non dovresti essere a impacchettare regali e a progettare rotte di volo? I tuoi padroni alla Coca Cola saranno seccati se tu dovessi tardare con le consegne”.

“Ogni volta la solita storia, Joshua. Sin quando ottant’anni fa ho deciso di lasciarvi non riesci a evitare di avviare questa discussione.” Scorse un demone cornuto che si era nascosta tra l’erba rada che a ciuffi cresceva attorno all’abitazione apparentemente abbandonata. Estrasse dal sacco due bastoni ricurvi, strisce rosse su fondo bianco, e li lanciò contemporaneamente in modo che si incastrassero non appena raggiunta la gola della creatura. Inutile dire che l’operazione pose fine quasi all’istante alla sua esistenza su questo piano dimensionale. Si girò in direzioni del suo sodale, che aveva ammirato la scena con un certo distacco, abituato a conflitti di ben altre dimensioni. “Non mi piace il tono che usi. Sono stufo di essere considerato un pesce piccolo, ho anche io i miei seguaci, e sono tanti!”

“Non lo si può negare, certo: peccato siano tutti bambini di massimo dieci anni”. Non appena le sue tre voci ebbero finito di pronunciare queste parole Joshua si pentì della battuta pungente.

Nick gli piaceva, nonostante l’improvviso voltafaccia che aveva diviso le loro strade. Nel periodo in cui avevano lavorato fianco a fianco nello stesso business si era sempre distinto per la lealtà alla causa, il senso del dovere e la sua incorruttibilità. Tante volte si era chiesto come mai avesse deciso di offrire i propri servigi al Capitale, diretto concorrente dei Cancelli Perlacei, che per di più – ormai ne avevano le prove – intratteneva rapporti d’affari con l’Avversario.

L’omone di rosso vestito prese il battente a forma di testa di leone che ornava una delle due ante con l’intenzione di sbatterlo violentemente, in modo da avvertire tutti gli inquilini dell’edificio della loro presenza. Non gli piacevano i sotterfugi, preferiva lo scontro diretto. Sfortunatamente la dimora doveva essere stata lasciata incustodita a lungo, dato che il pezzo di ferro gli rimase in mano. Joshua si avviò dentro e decise di cambiare argomento: “Come vanno gli affari? Con questa crisi sistemica che sta sconvolgendo l’Occidente anche la tua occupazione ne risentirà, non è vero? Lassù siamo piuttosto preoccupati: è risaputo che in tempo di difficoltà l’umanità riscopre la propria fede – ricorderai benissimo le due Grandi Guerre, come le chiamano questi ingenui – ma i tempi moderni mi lasciano basito. L’avanzata del Grande Nulla e del Caos sembra davvero inarrestabile, come una marea nera cui non si può opporre alcun ostacolo”.

Tra un fendente e l’altro abilmente vibrato col suo rampino, mezzo con cui si stava disfacendo di un paio di elementali del fuoco che erano accorsi a dare loro il benvenuto – unica fonte di luce in un salone altrimenti buio – Nick esponeva il proprio punto di vista:

“Lascerei fuori dalla questione il Caos. Sappiamo benissimo entrambi che le sue azioni sono imprevedibili quanto le sue motivazioni misteriose. Invece il Grande Nulla, lo ammetto, atterrisce anche a me. Una volta, ricordo bene, i bambini amavano la mia figura, non erano interessati solo ai pacchi che porto. C’era rispetto, unito a un certo timore reverenziale, che mi rendeva fiero del mio lavoro. Non c’è ricompensa migliore delle loro grida eccitate, del fremito con cui attendono quell’unica notte dell’anno in cui la magia fa loro visita. Betty mi diceva sempre così quando mi vedeva provato dalla fatica e ogni volta riusciva a farmi amare il mio lavoro”.

Al ricordo della donna che era stata tutto per lui e che era sparita improvvisamente dalla sua vita ebbe un momento di smarrimento. Si riprese subito. Gettò il rampino, ormai inutile perché parzialmente liquefatto, e si incamminò lungo un corridoio oscuro. Una strana luce, sicuramente proveniente dalle fiamme che ardevano nel cielo, filtrava dalle finestre e colpiva il suo volto indurito dal dolore improvviso, donandogli un’aria inquietante. “Adesso quei piccoli bastardi non vogliono altro che giochini elettronici, trucchi con cui imbellettarsi come delle piccole donne di malaffare, soldi, soldi e soldi a palate. Mi chiedo che senso abbia tutto ciò”.

L’ultima frase poteva riferirsi tanto allo smarrimento con cui aveva affrontato gli ultimi trenta 24 dicembre così come alle iscrizioni che stava cercando di decifrare. La coppia (o quartetto) era infatti giunta nelle prossimità di uno strano portale ad arco, fatto di pietra massiccia, che chiudeva il corridoio. Non sembravano esserci modi per superare questo impedimento. Joshua fece segno a Nick di spostarsi e si inginocchiò per osservare i segni che decoravano la superficie curva.

Nick nel frattempo si era appartato e cercava qualcosa nel suo sacco. “Sai, in tutti questi anni non ho mai capito questo tuo trucco della triplice immagine”. Joshua, ancora intento nell’arduo processo di riconoscimento dei simboli, sorrise: “Beh, diciamo che la proibizione islamica di raffigurare la divinità non è proprio…”

Il resto della spiegazione si perse soffocata da un fiotto di sangue. Nick lo aveva colpito alle spalle con una lancia, che miracolosamente aveva fissato la triplice figura restituendo unicamente alla vista quella del giovane coperto di sangue.

“Allora è vero quanto si dice della Lancia di Longino. È sul serio l’unico oggetto che può scalfire la divinità”. La voce che aveva così esordito proveniva da un angolo buio coperto dal portale. Un essere comparve dall’ombra: l’aspetto era quello di un uomo completamente nudo con due paia di ali che si stendevano alle spalle, a formare una X.

Joshua cercò di rialzarsi nonostante la ferita. “Pazuzu! Un verme come te ha avuto l’ardire di usare il tuo vero nome!” esclamò con rabbia, soffocando a forza un colpo di tosse.

Il nuovo arrivato sembrò non prestare attenzione alle sue protesteo e rivolse uno sguardo sprezzante verso Nick: “Hai fatto quanto ti era stato chiesto. Come promesso noi ci siamo occupati della nostra parte dell’accordo. La troverai ad aspettarti a casa”.

Nick, a testa bassa, aveva il viso coperto dal ponpon del suo cappello, che era ricaduto in avanti. Il grande uomo si mordeva il labbro come un bambino, fino a farlo sanguinare. A singhiozzi farfugliò delle giustificazioni: “Devi capire…io ve l’ho chiesto più volte…ma voi avete sempre rifiutato…poi loro…all’inizio non ci credevo…ma mi hanno mostrato delle prove…hanno detto che mi avrebbero ridato la mia Betty”.

“Tradito per l’ennesima volta dal proprio amico. La storia, ‘la più grande mai raccontata’, si ripete”. Pazuzu proruppe in una risata bestiale che si propagò per l’intero corridoio. “Non ti affannare troppo, ti dico io cosa c’è scritto sul portale: Quando il sangue dei Tre-che-sono-uno verrà versato nuovamente Egli si manifesterà ancora. Ma la traduzione migliore forse è Esso.”

I due enormi blocchi di pietra intanto stavano iniziando a separarsi. Dallo spiraglio che si era venuto a creare proveniva un gelo siderale, mentre il nero assoluto balenava orribilmente attraverso quella piccola fessura. Non era però ciò che si vedeva ad atterrire i tre, persino Pazuzu, quanto piuttosto quell’abominevole suono di flauto che disegnava un motivo atonale, sconvolgendo le loro orecchie con una cacofonia blasfema.

Si sarebbero presto trovati di fronte alla Corte di Azathoth…

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