IL CLASSIFICONE 2011

È arrivato il Natale col suo carico di tristezze luminose a intermittenza, è andato via altrettanto tristemente (perché in fondo in fondo a tutti piacciono le lucine colorate, siamo un po’ tutti delle piccole falene inside) e si appresta ad arrivare l’anno nuovo.

Non perdiamo tempo a confutare l’idiozia della fine del mondo in data 12/12/2012, o una qualsiasi del genere (perché a – l’Apocalisse se ne fotte altamente delle simmetrie numeriche e b – fosse anche vero il contrario mica vogliamo credere davvero che Cristo è nato proprio nel fatidico anno 0?), e invece corriamo vogliosi verso il CLASSIFICONE di quest’annus sublimis 2011. (avvertenza: in realtà ci sono dentro pure titoli del 2010 che ho visto ora, in genere cose non distribuite in Italia)

Il Podio

Il mio Podio, e non potrebbe essere altrimenti, non ha gradini, i film stanno allo stesso un po’ perché non credo nelle graduatorie e un po’ perché non avrei saputo come preferire un titolo rispetto all’altro per un motivo piuttosto che un altro. Un criterio c’è, e l’ho inventato or ora per giustificare una scelta del genere: i tre film potrebbero appartenere a tre tipologie diverse (cultura popolare [nel senso migliore del termine] – sentimentale, cultura pop/postmoderna – stilosità estrema con ciccia attaccata nonostante ciò che si dice in giro, cultura alta – intellettuale).

E quindi, in rigoroso ordine alfabetico

A Simple Life – Taojie (Ann Hui, 2011) Uno dei due film rivelazione di Venezia – il secondo è poco più sotto – visto due volte, la prima alla presenza della regista e degli attori, applauditissimi (la protagonista ha vinto la Coppa Volpi per l’interpretazione femminile). Un’opera positiva, commovente, insieme lucidissima e mai inutilmente pacificatoria. Uno di quei film che andrebbe visto almeno una volta nella vita per essere delle persone migliori. Se non lo vedete perché viene da Hong Kong siete dei maledetti razzisti. Se non lo vedete perché ancora non è arrivato al cinema dovete pazientare l’anno prossimo, mi dicono che sicuramente lo distribuisce la Tucker (quelli di Poetry, per dire).

Drive (Nicolas Winding Refn, 2011) La scena dell’ascensore, la prima fuga notturna in macchina, la colonna sonora, i silenzi, gli sguardi dei due protagonisti. Un filmone di cui tutti, ovvero le persone serie, hanno parlato bene. Sicché mi viene da dire che è un’opera davvero universale, visto come è riuscita ad arrivare a una platea molto ampia, dai più smaliziati ai frequentatori non tanto frequenti del cinematografo. Immagino il segreto stia nel modo in cui Refn si sia affidato interamente a una messa in scena pulitissima eppure evidente, sottile e impalpabile eppure di una potenza deflagrante, prendendo come base una sceneggiatura classicissima, asciugandola, essiccandola, fino ad arrivare a situazioni tipico-topiche di totale astrazione metafisica.

Faust (Aleksandr Sokurov, 2011) L’altro film rivelazione di Venezia, visto anch’esso due volte, un discorso lucidamente antimodernista che prende a pretesto un testo che fondamentale per il pensiero moderno (il Faust di Goethe), un inno alla conoscenza, che diventa un enorme tableau vivant grazie a una messa in scena pittorica e sensuale. C’è qua dentro tanta di quella roba su cui riflettere che metà basta. Sokurov è uno dei pochi che può permettersi un incipit in cui passa dalle altezze celesti per arrivare a un cadavere sventrato da un’autopsia. Opera totale che andrà vista, rivista, studiata e meditata.

Tutti gli altri. Anche qui, ordine sparsissimo, partendo dall’horror.

Iniziamo con la bella sorpresa The Woman (Lucky McGee, 2011), un ottimo metaforone horror-realistico sulla condizione-reclusione femminile all’interno di certe realtà periferiche americane (non troppo lontane, a dire il vero). Ingiustamente accusato di misoginia – per il classico errore di scambiare il punto di vista dell’autore con quello di un personaggio – regala almeno una sequenza da antologia come la rivolta finale, all’insegna del flower power più sanguigno.

Non poteva mancare The Human Centipede 2 (Tom Six, 2011), seguito di quella pellicola che aveva sconvolto i puri di cuore con una premessa rivoltante (scienziato pazzo rapisce e sevizia tre persone allo scopo di creare un millepiedi umano con un unico apparato digerente, attaccando ano e bocca con delle simpatiche cuciture coatte). Six si è messo sotto e ha migliorato il suo progetto in maniera esponenziale: attore protagonista incredibile – un freak mai visto prima – bianco e nero spietato, obbligatorie litrate di sangue, dodici persone coinvolte nel giochino, e sequenze ancora più audaci. Il tutto per arrivare a un metaforone sui sogni e l’impossibilità di concretizzarli (sopratutto quando si è degli imbecilli senza speranza).

Melancholia (Lars von Trier, 2011) dell’amato/odiato danese è stato un film amato sin dalla sinossi preliminare. Un pianeta che collide con la Terra e la distrugge. E dentro l’ennesima cerimonia di matrimonio andata a puttane, e l’ennesimo personaggio femminile devastante, in questo caso una Kirsten Dunst lunare, selvatica e totalmente folle. Il film non è altro che una straziante e confidenziale seduta di confessione psicoanalitica del regista, che parla a ruota libera delle sue paure, della sua depressione, della sua misantropia e dell’odio-amore che nutre per l’umanità.

Di Una separazione (Asghar Farhadi, 2011) ho già parlato qui. Voglio solo rimarcare quanto importante sia diventato il cinema iraniano per il sottoscritto, anche dietro preziosi suggerimenti. Un cinema che davvero combatte per vedere l’oscurità della sala cinematografica, lottando al tempo stesso contro l’oscurità di una situazione politica che definire asfittica vuol dire essere appassionati di eufemismi.

Black Swan – Il Cigno Nero (Darren Aronofsky, 2011) non sarà un capolavoro perché, nonostante il grande balzo avanti, Aronofsky rimane sempre e comunque un sempliciotto, a livello teorico. Però ci sono almeno tre fattori da considerare: l’ottima commistione immagini-musica, la grande cura per i dettagli e un sapiente utilizzo della macchina da presa. E poi Mila Kunis che lecca la cosce di Natalie Portman (che penso di poter ufficializzare come topina dell’anno). Ah, sì e poi una pregnante riflessioni sull’arte e gli artisti, ça va sans dire.

Essential Killing (Jerzy Skolimowski, 2010) visto ad una rassegna sull’ex enfant terrible polacco, è uno di quei film che sembra mostrare unicamente quello che si vede sullo schermo, magari anche in maniera ottusa e autistica, mentre in realtà racchiude in sé un mondo e tutta una serie di suggestioni nascoste. Del film innevato con Vincent Gallo ancora non sono riuscito a farmi un’idea interpretativa definitiva nonostante ci abbia provato a lungo, e questo, almeno per me, è un grande pregio.

Fast Five – Fast and Furious 5 (Justin Lin, 2011) vince, se ci fosse, il premio tamarro dell’anno. Finalmente un film action con le macchine che non mi ha annoiato (Transporter a parte). Ci sarebbe poi da ricordare l’inseguimento finale con cassaforte legata a due macchine oppure la solidità e il senso di potenza che scaturisce da tutte le scene d’azione “classiche”. E poi almeno due patate d’eccezione, Elsa Pataky e Gal Gadot!

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