ER MEJO DE LO 2012

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Quest’anno non avevo minimamente voglia di mettermi a fare le classifiche dei migliori film del 2012 (a rigor di logica una fesseria: se sono i migliori come si può impilarli uno sull’altro secondo un ordine di merito?) e perciò farò quanto Woody Allen proponeva per i vari festival del cinematografo, ovvero una segnalazione delle cose che ci sono piaciute senza dare premi di stocazzo.

Un ordine casuale, quindi, ma una sistemazione per generi che esistono probabilmente solo nella mia testa.

– Un sapore di ruggine e ossa: il melodrammone francese di Jacques Audiard.

– Amour: la mazzata depressiva di Michael Haneke.

– È stato il figlio: l’italiano d’autore che non ti aspetti, sociologico e meridionale senza piagnistei, senza martoriare i coglioni e con delle belle trovate.

– The Avengers: il blockbuster supereroistico di Joss Whedon ironico che sa il fatto suo, adatto a grandi e piccini.

– The Raid: il film di mazzate indonesiano di Gareth Evans, con le stilettate hitchockiane che non ti aspetti.

– Ernest & Celestine: il film di animazione stratificato di gente varia, in cui lo stile ha un senso, la storia non è da bamboccioni e te la ricordi persino dopo l’uscita dal cinema.

– The Cabin in the Woods: l’horror di Grew Goddard, decostruzionista e postmoderno che non si prende sul serio, uccide il genere ma solo per finta.

– Beasts of the southern Wild & Moonrise Kingdom: a pari merito, le due produzioni indie dell’anno accomunate dalla colonna sonora, dal tono e dall’attenzione verso la prospettiva “infantile”. I mondi di Wes Anderson e Benh Zeitlin che sembrano implodere ma alla fine riescono a trovare un loro equilibrio.

– Argo: il filmone hollywoodiano classicissimo a regola d’arte con tutte le caratteristiche del caso: impegno, ricostruzione storica, regia e una tensione che levati.

– Tabu: l’archeologia cinematografica e poetica di Miguel Gomes che evita l’imbroglio furbetto di The Artist e recupera l’essenza ipnotica delle immagini

Forse solo gli ultimi due staccano gli altri per importanza. E sono

– Holy Motors: il metaforone d’autore di Leos Carax fa terra bruciata attorno a sé, tracciando un bilancio esistenziale, artistico, storico sul cinema e l’esistenza. Film totale come pochi.

– Leviathan: l’esperimento documentaristico (probabilmente lo non vedrete mai o con estrema difficoltà) che senza narrazione ma con la semplice e impattante presenza di alcune videocamerine su un peschereccio dice mille cose sul leviatano rappresentato dal mare, dall’uomo e dal sistema economico vigente. Capolavoro come pochi e per i pochi che avranno la pazienza di resistere ai primi oscuri minuti di visione.

Menzione speciale per la filmografia di Allan King, documentarista canadese praticamente inedito in Italia, che con un pugno di film d’osservazione (Dying at Grace, Memory for Max, Claire, Ida and Company, Come on Children, A Married Couple, Warrendale) ha raccontato senza giudizio, con rispetto e pacata partecipazione l’esperienza umana quasi nella sua completezza. Da riscoprire.

Un buon 2013 a tutti e ricordate che “Il miglior film della tua vita è sempre il prossimo che vedrai!”

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