Serbis – Service, 2008, Brillante Mendoza

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Il futuro del cinema sono le Filippine (e tutto il Sud-Est Asiatico insulare). Affermazione apodittica come poche, me ne rendo conto, ma uno sguardo occidentale – inevitabilmente il mio e il vostro – per recuperare una freschezza della visione è costretto a rivolgersi a luoghi del cinema non ancora sfruttati, colonizzati, abusati, depauperati e quindi abbandonati.

Quando parlo di futuro, quindi, non intendo altro che un terreno fertile da sfruttare fino all’isterilimento (triste ma vero: le filmografie risentono dell’attenzione internazionale e, prima o poi, tendono ad adeguarsi all’orizzonte dell’attesa degli apprezzamenti esteri, rimanendo vittima del meccanismo di promozione e sfornando opere sempre più di maniera). Il tutto potrebbe anche essere una bella metafora del capitalismo post-coloniale se qui non si avesse orrore delle metafore facilmente esplicative.

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Un cinema porno. Fellatio omosex ed eterosex. Romanzetto famigliare.

Serbis, film del 2008 di Brillante Mendoza, filippino (ça va sans dire), offre tutto ciò in meno della classica oretta e mezza. La storia, ma si direbbe meglio il canovaccio, è quella di una grande famiglia che vive e lavora in un vecchio cinema in cui, oltre alla clientela che viene a vedere le pellicole erotiche etero, c’è tutto un sottobosco di marchettari che assolvono il compito di placare le voglie dei vecchi clienti, laidi sì ma non troppo sudici.

In mezzo a questo ambientino (ritratto invero senza troppo spettacolarizzare un dramma che non pare esserci, e con uno sguardo affascinato dal degrado architettonico e morale) si assiste alle normali dinamiche intergenerazionali del nucleo: una donna che tradisce il marito – con possibile incesto – il figlio che mette incinta la ragazza, la nonna che intenta causa al nonno che si è scoperto bigamo, il nipotino bimbetto che osserva tutto dagli occhiali spessi, l’ultimogenita sbocciata troppo presto che vorrebbe fare le prime esperienze sessuali-sentimentali (scena di apertura: lei nuda dopo la doccia che si pettina).

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Mendoza osserva tutto a modo suo (prendete l’affermazione con le molle, ché questo è solo il secondo film che vedo del filippino): dinamismo realistico dato da una macchina a spalla agile e scattante, spesso quasi nascosta, colonna sonora in presa diretta che dona un avvolgente senso di realismo tipico di certi ambienti caotici esistenti ormai solo in Oriente (volumi esagerati e brusio costante, con un effetto forse non desiderato di minacciosità), fotografia suggestiva che non si risparmia qualche bel gioco di luce e qualche scena efficacemente illuminata, attori molto bravi che riescono a brillare in alcun scene ben calibrate in cui in pochi istanti si delinea lo sfondo morale di personaggi altrimenti ripresi nel puro esercizio delle loro mansioni.

Brillante (spero sia il nome) non giudica, ma qualche volta empatizza e qualche volta si lascia scappare un sorriso (varie le scene sottilmente comiche). A dire il vero, contrariamente allo “schifo” e al “sudiciume” di cui si parla in giro, mi pare che non ci sia nulla di morboso nella situazione ritratta, anche perché viene mostrato l’ambiente come un normale e molto controllato mercato carnale in cui non avviene nulla di particolarmente scandaloso od obbrobrioso. Le scene di sesso esplicito (più o meno simulato), pur essendo obiettivamente gratuite, proprio per un’adesione immediata alla realtà non ostentata ma piuttosto naturale riescono a conservare un che di seducente anche nelle scene meno idilliache.

Pregi di un film che si ferma alla descrizione di una situazione di partenza, che non calca la mano sulla narrazione (le svolte non vengono sottolineante e si ha la sensazione che non cambierà nulla nella vita dei protagonisti) e che pacificamente – alla maniera orientale, si avrebbe la tentazione di dire – lascia allo spettatore l’onere di trarre qualcosa dal movimento delle ombre. Il limite implicito è che non c’è alcuna lezione, riflessione, interrogazione da portare a casa. Il vizio didascalico delle scritte significative Mendoza non l’ha perso – per esempio il cinema, si scopre alla fine, si chiama Family – ma serve a poco in questo senso.

Puro sguardo, placido ma vitale nella sua grettezza e friabilità di edificio in sfacelo.  Intrigante per chi come il sottoscritto ama il degrado urbano.

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