Due zero uno tre: il meglio

Terza edizione dell’appuntamento classificatorio che dà l’avvio al congedo dal 2013 cinematografico. Pareri soggettivi, infamate, colpi di teatro: tutto qui dentro. Il podio come al solito è triplice, e come al solito è condiviso in maniera equa. Tre titoli forti, espliciti, “scandalosi” che segnano un certo mio interesse verso prospettive che prossimamente vorrei approfondire meglio: quella documentaristica (ora va di moda parlare di cinema del reale, come se la fiction venisse girate dalle idee iperuraniche) e quella dell’oscenità semi-pornografica (nel senso dell’esplorazione di rapporti interpersonali anche e sopratutto attraverso un immaginario poco frequentato dal cinema – o forse da me) E dunque, in rigoroso ordine casuale: act of killingThe Act of Killing di Joshua Oppenheimer: un documentarista convince i responsabili delle stragi indonesiani anti-comuniste a rievocare i delitti da loro commessi (attraverso un processo di messa in scena del tutto volontario). Come se essere una vertiginosa riflessione sulla percezione della storia, dell’immaginario condiviso da un popolo, e sulla coscienza individuale, The Act of Killing è anche uno dei rarissimi casi in cui un film è riuscito a incidere davvero sul reale: in seguito a una distribuzione del tutto clandestina e osteggiata dalle autorità, in Indonesia si è tornato a parlare di una tragedia – quasi una guerra civile – che aleggiava come un fantasma sulla società ma di cui nessuno poteva o voleva parlare liberamente. EPOCALE la-vie-d-adeleLa vie d’Adèle di Abdellatif Kechiche: già detto tanto, troppo qui su Spettacoli 2.0. Dopo averne molto discusso e aver riflettuto molto, per me una delle poche opere che riescono a far esperire (più che rappresentare) un’intensità sensoriale tale da avvicinarsi al sentimento di cui si parla. In questo caso la passione, se non si vuole parlare di amore (che insomma, sappiamo come va a finire). Criticabile per molti aspetti, ma per me potentissimo, diretto con rigore assoluto e recitato dalle due con tutte se stesse. l-inconnu-du-lacL’inconnu du lac di Alain Guiraudie: un po’ il sorpresone dell’anno. Sulla riva di un lago francese una comunità gay fa cruising più o meno allegramente, fino a che una serie di omicidi sconvolge la tranquillità del luogo. Il sospettato più probabile è l’uomo di cui si sta innamorando il protagonista. Chabroliano d’impostazione, del thriller ha solo la parvenza: il film è invece una specie di tentativo di catalogazione delle diverse configurazioni che possono assumere i legami, il tutto distribuito con un’eleganza classica sui tre piani spaziali su cui si dipana l’opera (acque del lago, riva e boscaglia delle scopate fugaci). Un tentativo destinato a fallire in modo spettacolare e drammatico, dato che temi come attrazione, sesso, affetto e amore si intrecciano in modo inestricabile. In più peni guizzanti in primo piano, una bella eiaculazione in primissimo e un certo numero di fellatio (non ho chiuso gli occhi ma ci sono andato vicino).

A una certa distanza dai primi tre gli altri film, divisi per generi e/o categorie più o meno immaginari e più o meno risiedenti solo nella mia testa.

Gli italiani1346942575-bellas-mariposas-le-protagoniste-sara-podda-e-maya-mulas-in-una-scena-del-film-di-salvatore-mereu-249121 Bellas Mariposas di Salvatore Mereu. rifiuto-madri_470x305Tutto parla di te di Alina Marazzi. Entrambi casi di gestione anomala di generi: il primo è un dramma con robusti innesti di commedia, non grottesco, né patetico, ma sopratutto con una gestione narrativa a episodi che fa emergere tutta la tragedia anonima e banale ma quasi non così terribile che è la vita della bambina protagonista (per non parlare del modo geniale con cui quest’ultima si rivolge in macchina, a metà tra il voice over e l’interpellazione diretta al pubblico; il secondo è un oggetto eccentrico, di cui tra l’altro scrissi qui, che mischia documentario, finzione, filmati domestici ritrovati, animazione a passo uno e fotografia risultando in un film che su un tema come quello delle maternità infelici riesce a dare qualcosa che è un po’ più della semplice somma delle parti.

Gli horror/non horror Resolution Resolution di Justin Benson BerberianSoundStudio4Berberian Sound Studio di Peter Strickland. Entrambi low budget e di autori se non al debutto comunque poco conosciuti, si propongono come riflessioni sul genere, i suoi stereotipi e meccanismi narrativi. Il primo è una sorta di revisione ancora più indie della rivoluzione portata avanti da Quella casa nel bosco: tensione che monta poco alla volta nonostante le situazioni ritratte siano tra le più quotidiane, una scena di inquietudine cosmica inspiegabile, svolta meta-linguistica e un finale che finalmente punta il dito contro lo spettatore stesso, rendendolo il vero mostro del film.

Il secondo invece finge di essere un omaggio all’horror all’italiana, ma con tutti i suoi difetti strutturali in realtà è un divertentissimo e sapiente viaggio nell’universo sonoro del cinema e nell’orrore della produzione cinematografica. Un finale irrisolto e un po’ scontato, ma formalista fino alla morte perché se lo può permettere, un po’ come i due formalisti

springbreakers_03Spring Breakers di Harmony Korine. Il romanzo di formazione con le divette Disney aggiorna il linguaggio malickiano, lo corrompe, lo perverte e lo volgarizza con luci fluorescenti e colonna sonora dubstep/rap/ambient colossale, per fornire la descrizione perfetta di un’adolescenza che ha bisogna del trauma e della scoperta della morte e del male per entrare nell’età adulta.

onlygodforgives3Only God Forgives di Nicolas Winding Refn.  Il secondo, di cui ho scritto sempre qui, è cinema astratto che veicola pensiero: estenuante, ripetitivo, morbosamente autocompiaciuto, alla fine della fiera arriva al punto senza essere neanche troppo oscuro. Refn se la mena un casino, e fa pure bene.

I drammoni

gloriGloria di Sebastian Lelio: scritto nuovamente qui. Non ci contavo, e invece dal Cile arriva una delle bombette dell’anno. Ritratto di donna (ben poco velata) di mezza età, compie il miracolo di mantenersi sul filo dell’empatia carica di compassione e la critica oggettiva a un’anziana che, nonostante tutto e tutti, continua a credere nell’amore. E che alla fine deve ammettere che la cosa più importante è continuare a sperare.

il caso kerenesIl caso Kerenes di Calin Peter Netzer. Ormai non ho più parole – le ho spese tutte – per elogiare la new wave romena. Sceneggiature perfette e calibrate alla perfezione, personaggi sfaccettati e interessanti, regia sempre molto funzionale, atta a supportare la recitazione, ma con scelte estetiche-etiche sempre cristalline (certi pianosequenza non sono casuali, così come l’utilizzo di punti di vista specifici). Devastante ritratto di madre castrante e figlio in cerca di autonomia, che non merita a causa della propria imbecillità. Come sempre in Romania tutti sono colpevoli e quindi tutti sono perdonabili.

Il cartone animato

Wolf-ChildrenWolf Children di Mamoru Hosoda. Colpa mia, o colpa dell’offerta di questa stagione, ho visto pochissimi cartoni e ancora meno anime. Questo però parte dalla lezione miyazakiana per poi prendere una strada propria all’insegna di un realismo magico in cui ogni piccolo dettaglio è carico di un affetto sconfinato per i propri personaggi, persino quando compiono scelte non condivisibili o aliene. Una favola, che come tutte le favole racconta del percorso di scoperta di se stessi e della necessità di abbracciare la propria natura. Commovente nella sua pedagogia animalesca.

La commedia fantascientifica

vlcsnap-2013-11-30-12h05m27s138The World’s End di Edgar Wright. Il meraviglioso apologo di un’umanità che sbaglia e paga per i suoi errori, che non vuole essere salvata e che è fiera dello schifo che è diventata. La fantascienza migliore è quella che mettendo in scena mondi possibili sviscera le contraddizioni di quello reale e il giro tra i pub inglesi di Edgar Wright non fa sconti a nessuno, e fa seppellire il mondo da risata, una valanga di risate contagiose. Il più cinefilo dei film di quest’anno e, tra alieni dal sangue blu e scopatine nei cessi di un pub, anche il più umanista. Tra l’altro in un anno scarso di mazzate è anche il film d’azione del 2013 (ché non si può dire un altro Fast and Furious, pur se il numero 6 meriterebbe lo stesso)

La psichedelia in bianco e nero e in costume

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A Field in England di Ben Wheatley. Altra pellicola fatta con due soldi, tante idee, attori in palla, e uso del mezzo tecnico sbalorditivo (fotografia e sonoro in primis). Un road movie ambientato tutto in un unico prato inglese, ma anche un trip che causa visioni da ingestione di LSD, e come ciliegina sulla torta la migliore canzone dell’anno. Malinconia e rassegnazione fatale dell’everyman che non può attendersi molto da un destino che a tutti è fatale fuse in un matrimonio alchemico: l’importante tuttavia è avere guadagnato una coppia di nuovi friends.

Recuperi e sorprese

carnival-of-souls-ghost-in-the-waterCarnival of Souls, anno 1962, di Herk Harvey. Una di quelle gemme nascoste che non avrebbero potuto nascere senza un approccio semiamatoriale, recitazione straniate di attori cani, location reali agghiaccianti nella loro desolazione e un regista al debutto che non avrebbe mai più girato nulla. Lynch, così come la stragrande maggioranza dell’horror a venire, devono moltissimo a quest’opera, che nella sua ingenuità (e forse proprio per quello) raggiunge le vette metafisiche del perturbante.

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Constantin and Elena, 2009, di Andrei Dascalescu. (Ancora un) documentario, camera fissa, sviluppo nulla. Una coppia di vecchietti rumeni – si va sempre lì – ripresi durante il dipanarsi di quattro stagioni. Grazie al cielo non muore nessuno, ma tutta l’esperienza di una vita è lì sotto i vostri occhi (cioè, sta proprio qui) nelle canzonature, gli sguardi teneri, le piccole accortezze che si scambia una coppia insieme da mezzo secolo.

Le sòle.

Quest’anno per me le cazzate supreme sono all’insegna della supponenza e dell’inconsistenza che diventa risibilità. Gente che non ha nulla da dire (o dice banalità) con gran sfoggio di mezzi e conseguenti tonfi. Cazzatelle indie come Upstream Color di Shane Carruth, rimbecillimenti d’autore come To the Wonder di Terrence Malick e la sbrodolata da tre ore multiepisodica di Cloud Atlas dei fratelli Wachowski. Tra l’altro tutte emanazioni di un certo spiritualismo new age declinato nella versione matematico-complottista del primo, nel misticismo all’acqua di rose del secondo, e nel tutto-è-collegato-perché-sì del terzo: il pensiero debole non è mai stato così prossimo allo svenimento. Magari muore, se questi sono i suoi frutti.

E Sant’Iddio non fatemi parlare di quell’incapace di James Wan. Dai, seriamente.

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