Film 2014 – 2015

invenzione senza futuro film 2014 - 2015

invenzione senza futuro film 2014 – 2015

Riprendo in mano questo spazio, e in pratica la scrittura di cinema “free” (nel senso di non pagata e di totalmente libera), dopo averla abbandonata per qualche tempo. Perdonerete dunque la ruggine.

Come inaugurare questo nuovo corso di Invenzione senza futuro se non con una classifica-non classifica delle migliore cose viste uscite nel 2014 – 2015, più o meno? A giustificare la doppia annualità il mancato appuntamento dell’anno scorso e il fatto di non riuscire a stare dietro alle date d’uscita dei film, tanto che a breve elencherò opere la cui uscita in Italia è prevista per il 2016 o che non è affatto prevista. #cosechecapitano

Sigla

Il criterio, o la sua assenza, è sempre lo stesso: macroaree divise per generi quando esistono, o in qualche modo categorie dello spirito. A proposito di spirito, rilevo come quest’anno tra i miei preferiti ci siano film in cui l’ironia è un elemento importante, pur senza sfociare apertamente nella commedia. Non saprei specificarne il motivo, ma credo riguardi sopratutto un maggiore apprezzamento di una certa distanza critica e razionale – per l’appunto ironica – dalla materia trattata. Non per forza di cose opposta all’empatia, sia chiaro.

Altra osservazione cui potrebbe essere necessario rispondere: c’è forse del terzomondismo – centrosocialismo nella classifica? Senz’altro, ma sarebbe anche miope non ammettere che alcune questioni siano più pressanti di altre e che di conseguenza opere che riescano a stilizzare certi contenuti siano maggiormente necessarie e di fatto potenti di altre. Una volta, negli anni ’90 tipo, si sarebbe parlato di Alterità radicale (con la lettera maiuscola, sissignore), ma ora viene un po’ da ridere a usare certi termini.

Termino sottolineando che non ci sono podi o posizioni perché tenderei a fare propria la raccomandazione di Woody Allen per il quale un festival dovrebbe evitare di decretare vincitori limitandosi invece a segnalare “alcuni film che ci hanno molto colpito e che secondo noi dovreste vedere”. Tra l’altro in pratica non ho avvertito la presenza di capolavori, o quasi, segno che sto diventando sempre più malmostoso e snob – è l’età, signò, che ci vuole fare, poi si acquietano o si fanno acquietare a mazzate.

GLI ITALIANI

Non ci sarebbero stati se verso la fine dell’anno non avessi recuperato due film abbastanza clamorosi.

Bella e perduta

Bella e perduta

Il primo tra questi è Bella e perduta di Pietro Marcello. Favola realistica a cavallo tra documentario e finzione, conferma la capacità pittorica del regista di estetizzare una materia anche dura e sgradevole sprofondando nel tessuto sociale che sceglie di raccontare, come già era stato confermato nel sorprendente Il passaggio della linea. Il bufalo Sarchiapone non avrà lo stesso carisma sacrificale dell’asino Balthazar ma in ogni caso a usare un animale come co-protagonista si vince facile (almeno con me).

mediterranea

Mediterranea

Il secondo, grande sorpresa dell’anno, è Mediterranea di Jonathan Carpigano, italo-afroamericano che mette in scena il viaggio della speranza di un padre di famiglia del Burkina Faso, dal suo Paese fino a Rosarno, passando per la Libia, con un suggestivo viaggio in mare su uno dei famigerati barconi. Pellicola – letteralmente – girata a fianco dei migranti e non su di loro, con attori ovviamente non professionisti e basandosi sulle loro esperienze, non scade praticamente mai nel pietismo o nel reportage, tenendo sempre alto il livello estetico e sopratutto l’umanità di base dei suoi protagonisti (di fatto non giustificandoli mai anche quando compiono gesti controversi).

GLI HORROR

Non mancano mai, perché in fondo è il genere che mi più mi delude per le aspettative che vi ripongo di riuscire a dire l’indicibile. Strano dunque che vi finiscano due titoli (i soliti due, eh) che in parte svicolano da logiche di genere e ai quali – almeno a uno dei due – avrebbe giovato un minor grado di didascalismo.

The Babadook

The Babadook

Non si può non parlare di The Babadook di Jennifer Kent, rielaborazione del lutto, con tanto di sensi di colpa sotterranei, stress, paranoia, depressione post-parto, amore-odio materno e filiale e via di questo passo. Il tutto come se fosse un film espressionista tedesco. Classico istantaneo, nonostante i problemini che emergono qui e lì (ripetizioni su tutto).

It Follows

It Follows

L’altro ancora più banale sarà ovviamente It Follows di David Robert Mitchell, omaggio carpenteriano agli anno ’80, slasher sui generis, ma sopratutto metafora compiuta dell’angoscia a cavallo tra adolescenza e maturità. Un film che dà spessore filosofico alla più frustra delle regole, il “chi scopa muore” di tanto horror classico.

I DOCUMENTARI

L'image manquante

L’image manquante

L’image manquante di Rithy Pahn, uscito nel 2013, ma visto al cinema nel 2015, riesce a rielaborare compiutamente il genocidio compiuto dai Khmer rossi cambogiani utilizzando immagini di repertorio e pupazzetti di argilla. Semplice ma efficace il significato dell’artificio: impossibile parlare di una tragedia immane senza un artificio del genere.

Behemoth

Behemoth

Behemoth di Zhao Liang è tutt’altro che un film perfetto, gravato in parte dalla tentazione della denuncia spicciola e dall’altra dal ricorso a un riferimento esterno colto (la Divina Commedia, addirittura), ma alcune delle immagini delle miniere di ferro sono tra le cose più stupefacenti e davvero più vicine alla rappresentazione dell’inferno sulla terra.

GLI AUTORI (RI)CONOSCIUTI

Inherent Vice

Inherent Vice

Inherent Vice di Paul Thomas Anderson sposa finalmente l’estetica del caos e dell’informe che già era emersa in The Master, unico modo possibile per mettere in immagini la prosa proteiforme e cangiante di Thomas Pynchon. Nel suo passare da una situazione all’altra con un andamento sbilenco, tra pausa e accelerazioni, il film in fondo non è altro che la messa in scena dell’intuizione di Philip Dick per la quale, oltrepassato una certa soglia di paranoia, Noi e Loro – gli hippy e i poliziotti – non sono soltanto i due lati della stessa medaglia, ma sono proprio destinati inesorabilmente a fondersi.

Hard to Be a God

Hard to Be a God

Hard to Be a God di Aleksei German è quanto di più vicino al capolavoro di questa lista. Portando all’ennesima potenza quella messa in scena del caos, della visione ostacolata, dell’incespicamento continuo in un terreno accidentato, il regista mostra un mondo totalmente alieno in cui usi e costumi risultano a noi incomprensibili (nonostante il calco sia quello del Medioevo), un universo alla Hiernonymous Bosch, fangoso, colpito da una pioggia incessante, stipato all’inverosimile, in cui lo sguardo si aggira estaticamente attonito, per quanto estenuato dalla sforzo richiesto.

Son of Saul

Son of Saul

È un debuttante, ma ha già la caratura dell’autore Laszlo Nemes, che per il suo primo film Son of Saul sceglie di raccontare niente di meno che due giornate in un campo di concentramento nazista. Sulle scelte di regia è già stato detto tutto: macchina a spalla costantemente vicina al protagonista, tutto il resto o quasi fuori fuoco, grandioso uso del suono a supplire e a suggerire quello che non può, non si deve mostrare (il discorso è simile a quello fatto per L’image manquante).

Bande de filles

Bande de filles

Si riconferma invece con il suo terzo e migliore film, Bande de filles (alias Girlhood alias Diamante nero) la francese Celine Sciamma, che ci mostra la crescita di Mariane, teenager nera di una banlieu fuori Parigi, un personaggio che raramente si vede al cinema e di certo non rappresentato con questa vicinanza empatica. Rispetto a Water Lilies e Tomboy la Sciamma è forse ancora più concentrata e infila un paio di sequenze spettacolari come la scena su Diamonds di Rihanna (a dimostrazione del fatto che per certo pop l’importante è più l’uso che se ne fa piuttosto che il valore stesso della musica).

UN’IRONIA AMARA E FEROCE

Vi finiscono alcuni film che si pongono a cavallo tra il dramma e la commedia, secondo un equilibrio variabile a seconda dei casi.

Force Majeure

Force Majeure

Force Majeure di Ruben Ostlund demolisce con un ghigno le costruzioni e le aspettative sociali che si sono cristallizzate intorno ai due sessi: quella del regista svedese è una satira clinica e spietata che per poco non diventa una dissezione alla Haneke, salvata in corner dal frequente ricorso al grottesco e alla scelta di fermarsi a un attimo dalla tragedia.

Dear White People

Dear White People

Dear White People di Justin Simien: ancora questioni identitarie, stavolta intorno alla “razza”, nella più classica delle commedie del lotto. Cosa significa essere nero, cosa bianco, si può scegliere o rifiutarlo di esserlo, si è scelti o si è già parte del gruppo, c’è speranza di uscirne mai? Giustamente non vengono fornite risposte, ma le domande sono poste con la necessaria lucidità, nonostante in qualche caso si abbia la sensazione che il discorso – sopratutto nei dettagli spiccioli – sia un po’ troppo americano.

Les combattants

Les combattants

Les combattants di Thomas Cailley, altro debuttante di questo elenco ormai infinito che si mette in mostra con una brillante e surreale storia d’amore dallo sfondo quasi apocalittico, chiara metafora di un’età, quella adolescenziale, in cui le certezze crollano e il futuro è gravido di nubi cineree. In più Cailley ci infila una sugosissima satira militaresca di tutto rispetto.

The Duke of Burgundy

The Duke of Burgundy

The Duke of Burgundy di Peter Strickland parte come un omaggio al softcore anni ’70 lievemente psichedelico, per poi trasformarsi velocemente in una spietatissima e – almeno personalmente commovente – indagine sulla vita di coppia una volta che l’ebrezza della passione è venuta meno: un rapporto sadomaso diventa allora specchio cristallino delle sottigliezze psicologiche di pretese, richieste, attese, soddisfazioni, ripicche amorose. Sì, sono due donne, e per di più vivono in uno strano villaggio di sole donne.

Mustang

Mustang

Mustang di Denis Gamze Erguven è una versione più fisica, seducente e vitale de Il giardino delle vergini suicide, di cui condivide una premessa molto simile. Il regista si inventa tanti piccoli dettagli per non annoiare mai in un canovaccio che potrebbe stancare ben presto, tra l’altro evitando anche la trappola dell’elenco (prima una sorella, poi l’altra…). Merito anche dell’ottimo lavoro con le attrici, davvero bravissime.

CARTONI

Song of the Sea

Song of the Sea

Niente Inside Out per voi – così come niente Mad Max: Fury Road, ma solo per snobismo – e invece compare l’irlandesissimo Song of the Sea di Tomm Moore, fiaba bidimensionale d’altri tempi basate su linee circolari che ragiona molto bene sul mito e la sua sopravvivenza (morte) nell’età moderna, in un certo senso come se fosse un sequel del precedente The Secret of Kells.

SERIE TV

Ve piacerebbe, eh? E invece le serie tv comunemente intese ci fanno cacare, vista la tendenza praticamente universale a partire da premesse ben più che interessanti per poi deragliare nel colpo di scena gratuito da soap opera.

P'tit Quinquin

P’tit Quinquin

Eppure anche la tv può fare buone cose, ma mi annoia citare ovvietà come Sherlock, Louie, Black Mirror, Inside No. 9, per cui vi citerò solo la miniserie P’tit Quinquin di Bruno Dumont, non a caso un uomo di cinema. È un mondo di esseri derelitti, imperfetti, malati quello in cui si agita un male senza nome al centro delle indagini poliziesche del comandante Van der Weyden (senza ombra di dubbio il personaggio dell’anno). E anonimo è il diavolo che si aggira tra gli uomini, la bestia umana del titolo di un episodio, contro il quale non c’è altro rimedio né alla fine soluzione che un sorriso di compassione – etimologicamente parlando – magari sulle labbra leporine di un piccolo stronzetto senza remore.

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