Carol, Therese

Carol-therese

Carol

È con eclettico imbarazzo – non proprio il modo migliore per una rentrée – che inizio a parlare di Carol, l’ultimo film di Todd Haynes, protagoniste Cate Blanchett e Rooney Mara

Prima ragione del personale rossore che macchia le gote è l’apprezzamento parziale e circostanziato di una pellicola particolarmente amata dalla maggior parte della critica.

Seconda ragione, forse collegata alla prima, è la mia scarsa propensione al melodramma classico, e per rimanere fedele alla quale non fingerò di essere un conoscitore di Minnelli e Sirk (sia mai che poi una dica stronzate).

Ultimo motivo: da più parti mi sono arrivate considerazioni sull’utilità in sé di un film nell’ambito di una “causa” come quella di Lgbti. Ma mi sembra chiaro che ad Haynes, omosessuale dichiarato, non importi un granché relazionarsi in qualche modo al presente puntando invece a raccontare una semplice storia universale di amore “proibito” in un periodo particolare, gli anni ’50, che parrebbe amare molto, visto il precedente omaggio di Far from Heaven.

E dunque…

Sigla

Dalla scelta del direttore della fotografia Edward Lachman in Super 16mm per restituire la pasta del 35mm dell’epoca, passando per le scenografie, i dettagli come le continue sigarette della protagonista e finendo ovviamente con i costumi, tutto in Carol grida “anni ’50 americani”.

Non si tratta solo di effetto nostalgia, quanto di una rifondazione delle possibilità del melodramma – l’amore di due individui contro un’intera società – che al giorno d’oggi ha limiti d’esistenza oggettivi, persino in ambito omosessuale.

Come rileva Gabriele Niola, c’è bisogno di tornare all’era del bigottismo per dare fuoco alle polveri del melò. Fermo restando che le minoranze in cui l’amore può essere contrastato esistono ancora, basti pensare alle ampie sacche di emarginazione come i tossici di Heaven Knows What, (su il cui buon Elvezio Sciallis ha versato fiumi d’inchiostro), ma si potrebbero citare prendere tanti altri casi e situazioni simili di “svantaggio” sociale, ovvero in cui l’aspetto sentimentale – erotico è soggetto a censura e a riprovazione da parte della maggioranza altrimenti silenziosa.

E d’altro canto in Carol quello che più conta è proprio l’intreccio di questi due elementi, la perfetta ricostruzione del passato – a mò di cartolina, con colori, luci, musica e vezzi vari – con un linguaggio tecnico del tutto moderno, e il desiderio di commuovere puntando alle emozioni degli spettatori scegliendo però di stilizzare e raffreddare il melodramma. Insomma, Haynes si approccia a una materia antica raccontando quello che si può raccontare oggi (e che ieri era sconveniente) all’insegna al contempo di limitazioni auto-imposte.

carol 2

Carol 2

Un atteggiamento che si ritrova in un certo senso anche nel delineamento delle due protagoniste, la Carol di Cate Blanchett e la Therese di Rooney Mara. E in questo caso personalmente ribalterei quanto letto in giro, con la prima che in tutta la sua eleganza e le sue buone maniere rimane una statua imperscrutabile che lascia traspirare emozioni vere solo in seguito alla scoperta del lato thriller della trama, e la seconda che a sorpresa si rivela il personaggio più interessante, tra esitazioni, cautele, entusiasmi improvvisi, fragilità evidenti e risoluzione conquistata a caro a prezzo.

Risulta difficile empatizzare con la Carol della Blanchett quando le svolte emotive di queste avvengono per lo più fuori campo o con gesti (anzi pose) affettate, queste sì davvero tipiche di un melodramma, cui però difetta la passione (che a volte sembra voler essere estorta a forza dalle musiche al miele di Carter Burwell, tutte archi e pianoforti languidi); più facile venire incontro alle svolte di Therese, anche grazie alle doti della Mara sul cui viso trascolorano varie emozioni, anche contrastanti e la cui fragilità molto esibita lascia più spazio per un coinvolgimento.

A causare questo sbilanciamento è una sceneggiatura che ci propone una Carol irrigidita da uno stile di vita che, per quanto possa detestare, sente profondamente proprio, avendone interiorizzato il formalismo che (forse) non le appartiene; eppure almeno fino a 2/3 del film la sensazione è proprio quella di un gioco al gatto col topo, un corteggiamento che pare molto più il soddisfacimento di un proprio desiderio personale piuttosto che quella passione tanto sbandierata dalla matura lady (e non a caso l’amica – ex amante inizialmente le chiede scherzando quale nuova preda abbia puntato).

Il rapporto tra le due donne è certamente viziato dall’implicita ma evidente differenza di classe, tanto che Therese ci appare avvinta sopratutto dai modi, dallo charme, dai profumi e dalla disponibilità economica dell’amica-amante, e in effetti le due paiono poter dialogare davvero solo nel finale, quando Carol decide di rinunciare ai propri privilegi per amore della figlia e forse per quello di Therese. Impossibile dimenticare come la decisione fondamentale del film, abbandonare Therese in albergo per tornare a casa, venga presa unilateralmente e senza discussioni, tanto che la partenza avviene in fuori campo, lasciandoci una Mara costretta ad abbozzare un trauma da abbandono in pochi minuti.

Non sarà metodologicamente accurato ma un paragone con La vie d’Adèle – ultimo film che racconta dell’amore tra due donne ad avere avuto un certo rilievo internazionale – risulta decisamente interessante per svelare gli intenti di Haynes. Ciò che interessa ad Abdellatif Kechiche è catturare la passione nel suo farsi, quindi puntando molto su primi piani insistiti, sequenze prolungate (e non solo di sesso stiamo parlando), alla ricerca di una rappresentazione che pedina il realismo cogliendo scintille di vita che è prerogativa di tutti i suoi film precedenti – basti pensare a L’esquive o La faute à Voltaire; Haynes invece è uomo di cinema che crede fortemente nel valore delle immagini, per cui i suoi sforzi sono diretti alla composizione dell’immagine, al lavoro sulla luce e sui colori, sfoggiando anche saggi notevoli di maestria (innegabile il fascino delle sequenze iniziali e finali dell’incontro tra Carol e Therese, con quelle due soggettive tremolanti).

Quello che forse è venuto a mancare ad Haynes, almeno in questo caso, è forse un po’ di fiducia nelle sue due protagoniste, strette in gabbie talmente rigide da non poter muovercisi dentro, paradossalmente lo stesso comportamento tenuto nel film famiglia, società e partner con le due donne, le quali non vorrebbero altro che scappare da tutto e tutti. Oppure un regista che le sappia ascoltare meglio.

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